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IL BOBBIO INCONTRA JAVIER MARÍAS

Gli studenti di spagnolo delle quinte linguistico a lezione da Javier Marías

 

 

C'era una volta Javier Marías, uno degli scrittori spagnoli più tradotti al mondo, e c'è ancora e per la precisione è stato in carne ed ossa, di fronte a noi, venerdì 22 Ottobre sul palco del Teatro Gobetti a Torino in occasione del premio Bottari Lattes Grinzane 2015, a lui attribuito nella sezione "La Quercia" a sottolineare gli ormai più di quarant'anni dedicati alla scrittura di romanzi, racconti, saggi e articoli. La serata è iniziata con una lectio magistralis dal titolo "Per prendere le cose dal principio" nella quale l'autore ha letto in italiano, seminando qua e là qualche errore di pronuncia - i più indiscreti bisbigliavano che si trattasse di uno stratagemma altamente studiato e collaudato per rendere il pubblico partecipe e attento - , un testo che mescola indissolubilmente le opinioni dell'autore nei confronti della letteratura odierna ed in particolare sulla ''faction'',  un termine inglese coniato per definire la mescolanza difact(s), fatti avvenuti nella realtà, e fiction, ovvero l'immaginazione letteraria,  e vecchia storia di famiglia che lo scrittore riutilizzò  nel romanzo Nera schiena del tempo (1998) e che sviscera agli occhi del pubblico con perizia per dimostrare che "la realtà è una pessima romanziera". Sempre i più astuti tra di noi avrebbero potuto avere il coraggio di alzare la mano e chiedere che cosa pensasse allora dellagiornalista e scrittrice bielorussa Svetlana Alexievich che ha fatto del “romanzo testimonianza”, che non è nient'altro che la declinazione storica della docufiction aspramente criticata dall'illustre escritor, il punto di forza che le ha fatto vincere il Premio Nobel per la Letteratura di quest'anno, superando i grandi nomi della letteratura nuda e cruda come Joyce Carol Oatese Philp Roth ; purtroppo però, in sala eravamo tutti troppo intenti a non perdere una parola degli incredibilmente dettagliati ricordi d'infanzia del maestro che non solo abbiamo dimenticato la Alexievich, ma anche lo scorrere del tempo e delle parole. Ecco un estratto dalla lectio:

Come ho già detto in alcune occasioni, io di solito scrivo con la bussola, non con la mappa: ovvero, se conoscessi già da prima tutta la storia che mi accingo a raccontare, se l'avessi già in testa tutta intera prima ancora di mettermi a scrivere, è assai probabile che non mi prenderei il disturbo di scriverla. (...) Così come a vent'anni facciamo quello che facciamo senza sapere che cosa potrà tornarci utile quando ne avremo quaranta, e così come a quaranta non possiamo fare altro che attenerci a ciò che abbiamo fatto a venti, e che non possiamo né cancellare né correggere, io scrivo quello che scrivo a pagina 5 di un romanzo senza avere la minima idea di come potrò servirmene quando sarò a pagina 200, e invece di scrivere una seconda o terza versione, adeguando quella pagina 5 a ciò che poi scopro conterrà la pagina 200, io non cambio nulla, e mi attengo a quanto ho scritto al principio in via sperimentale o intuitiva, per caso o per capriccio.  Solo che, a differenza della vita - che perciò è quasi sempre una pessima romanziera -, cerco di fare in modo che quanto inizialmente non aveva significato finisca per averlo. Mi costringo a tramutare in necessario ciò che era casuale e perfino superfluo, in modo tale che a posteriori nulla appaia né casuale né superfluo. Mi costringo a dotare di senso ciò che inizialmente non ne aveva e assomigliava soltanto a un dato gettato in aria.

Ho scelto questo passaggio tra i tanti perché, attraverso la spiegazione del suo metodo di scrittura che potremmo definire assolutamente improvvisata e soprattutto creativa, sono arrivata a capire il motivo della  doppia sensazione di smarrimento e di assurda quadratura dei conti che accompagna la lettura dei suoi romanzi. Ho capito perché, di primo acchito, la lettura di Los Enamoramientos  mi avesse lasciato con quel fastidioso senso d'insoddisfazione: la magia della scrittura di quest'autore sta nella capacità di collegare tra loro eventi incredibilmente vari e distanti tra loro e dare a loro una parvenza di senso che li ancori alla realtà e che li renda plausibili agli occhi del lettore. Questo metodo induttivo risulta però molto più soddisfacente dal punto di vista del romanziere che si diverte a calcolare traiettorie e proiezioni che facciano evolvere l'episodio in romanzo, il dettaglio insignificante in chiave di volta dell'opera intera, che dal punto di vista del lettore che s'impiglia in una serie di coincidenze fragili che mettono in dubbio l'esistenza del fato o di un entità superiore che tiri le fila dello scenario che noi percepiamo come realtà e che ci muova in funzione di un progetto a noi sconosciuto e forse inconoscibile.

Quando le luci si sono riaccese, Marías è stato ricompensato da un grande applauso e si è seduto, pronto a passare al secondo round: l'intervista con il direttore de ''La Stampa", Mario Calabresi. E' bene ricordare prima di continuare la lettura dell'articolo le ultime parole famose dello scrittore al giornalista prima di salire sul palco: "lei faccia tutte le domande che vuole, al massimo parlerò d'altro".

La prima domanda rispecchia forse l'inspiegabile curiosità del lettore nei confronti dell'ammirato scrittore: qual è il suo metodo di scrittura?Javier Marías non ha paura di dire che ancora utilizza la macchina da scrivere ("Il computer? Troppo lento!'' afferma, scatenando le risatine del pubblico) e ammette candidamente di scrivere poco, una o due pagine al giorno, e neanche tutti i giorni! Secondo i suoi appunti presi su un'agendina appositamente riservata all'annotazione della data di inizio, interruzione, ripresa e compimento dei suoi romanzi, lo scrittore ha calcolato che scrive in media un giorno su tre a causa di quella che sembrerebbe apparire come  "la maledizione dello scrittore noto", ovvero le presentazioni nelle librerie, le interviste, le apparizioni televisive e, per l'appunto, le lectio magistralis. Ed è proprio questa sua assenza di continuità  che sbalordisce i lettori che trovano i suoi romanzi scorrevoli e immuni alla frammentarietà del suo metodo: Marías può solo confessare che più scrive romanzi, meno sa come farlo.  Inoltre aggiunge che spesso le pagine che scrive a macchina vengono corrette e riviste a penna e che sommando le pagine scritte a mano e quelle a macchina le sue bozze assumono delle dimensioni incredibili, per non menzionare la quantità di tempo che molti riterrebbero "sprecato" nella revisione e ampliamento del testo originale: il maestro li smentisce dicendo che scrivere non è perdere tempo ma annotarlo per notare meglio il suo scorrere e che riscrivere è un atto di appropriazione (in)debita del testo.

La domanda seguente riguarda il suo ultimo romanzo, "Così ha inizio il male" (2014), e in particolare la sua ambientazione storica: è ancora presente in Spagna il Franquismo?L'autore parte da un flashback ai tempi della sua generazione, la prima di quelle nate sotto il Franquismo (infatti il dittatore Franco morì quando l'autore aveva circa 24 anni),  in cui si arrivò ad un'accettazione del passato come scelta saggia e obbligatoria per favorire la transizione e soprattutto l'avvicinamento agli standard degli altri paesi europei. Fu quindi fatta tabula rasa del passato e delle sue atrocità (assenza di libertà d'espressione, censura e impossibilità di divorziare, per citare qualche esempio significativo) per andare avanti, rinunciando alla punizione dei franquisti. Le conseguenze di queste scelte sono arrivate fino ad oggi: mentre la tendenza a tacere sull'accaduto spinse soprattutto alcune importanti figure intellettuali a insabbiare la loro militanza o collaborazione con il regime (anche qui qualche sibillino uccellino cita Camilo José Cela, Premio Nobel per la Letteratura nel 1989), le generazione attuale e soprattutto alcuni giovani politici desiderano la punizione dei sostenitori del regime ancora in vita. A proposito, Marías aggiunge che la guerra civile è una guerra profondamente diversa dalle altre in quanto dura nelle generazioni seguenti e sottolinea che il suo è un romanzo con delle implicazioni politiche ma che racconta sostanzialmente fatti privati. L'ambientazione riguarda gli anni 80 ovvero gli anni del postfranquismo ma l'autore tiene a sottolineare che Franco fosse morto molto prima di morire sul serio: la società ricevette l'eco della rivoluzione sessuale e culturale degli anni 60 e si prese delle libertà verso la fine del regime che avvicinano l'oppressa nazione spagnole alle altre democrazie europee. Dopo la morte del dittatore vi fu come un'esplosione e cominciarono gli anni folli della movida dei quali spesso trattano i film del regista spagnolo Pedro Almodóvar, e la dittatura venne a far parte di quel passato cheè ancora prossimo ma che sentiamo, o forse vogliamo sentire, immediatamente remoto.

L'ultima domanda riguarda la situazione della Spagna al giorno d'oggi. Nonostante lo scrittore sottolinei che il periodo di regressione non coincida esattamente con la crisi economica internazionale iniziata del 2008 ma che si tratta di un periodo ben più lungo che ha inizio negli anni Novanta e che continua fino ad oggi, insiste anche nell'affermare che la società spagnola è decisamente più avanzata dei suoi governanti, più sana e più tollerante di quanto ci si aspetti. L'esempio lampante è la legalizzazione dei matrimoni gay, avvenuta nel 2005, che fu accolta dai cittadini spagnoli con naturalezza mentre gli oppositori, notoriamente la Chiesa e soprattutto la destra, si lamentarono ma non cambiarono la legge una volta avuta l'occasione.

Malgrado non sia stata data al pubblico la possibilità di porre delle domande allo scrittore, quest'ultimo si è dimostrato estremamente cortese e disponibile nel rimanere a autografare le copie dei suoi romanzi ed a concedere qualche foto ai lettori. Un dettaglio che vi farà capire la sua gentilezza: ogni dedica era provvista del nome del lettore e di un piccolo augurio che giocava con il titolo o il contenuto del romanzo scelto. Un gesto da vero gentiluomo, insomma.

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